giovedì, 19 novembre 2009

SHARON OLDS



Olds Sharon

















La morte di Marilyn Monroe

Gli uomini dell’ambulanza toccarono il corpo
freddo, lo sollevarono sulla barella, pesante come il ferro,
provarono a chiudere
la bocca, chiusero gli occhi, legarono
le braccia ai lati, liberarono
la ciocca di capelli rimasta impigliata, come se fosse importante,
videro la forma dei seni, appiattiti
sotto il lenzuolo dalla forza di gravità,
la portarono giù, come se quella cosa
che scendevano lungo i gradini fosse ancora lei.

Questi uomini non furono più gli stessi. Dopo il lavoro
andarono, come sempre,
a bersi un bicchierino o due, ma non riuscivano a
guardarsi negli occhi.

Le loro vite presero
una svolta - uno soffrì di incubi, strani
dolori, impotenza, depressione. Uno cominciò
a odiare il suo lavoro, guardò con occhi diversi
sua moglie, i bambini. Persino la morte
gli sembrò diversa - un posto dove
l’avrebbe trovata ad aspettare.

e uno si trovò di notte, in piedi
davanti alla porta di una stanza da letto, ad ascoltare
il respiro di una donna, solo una donna comune,
che respirava.


*


Cose peggiori della morte

Parli del Cile,
della donna arrestata
insieme al marito e al figlio di cinque anni.
Racconti di come le guardie hanno torturato la donna, l’uomo, il bambino,
l’uno davanti agli occhi degli altri,
“come gli piace fare.”
Cose peggiori della morte.
Posso immaginarmi mentre prendo fra le dita i capelli biondo-cenere di mio figlio,
mentre gli giro la testa prima che capisca cosa sta succedendo,
sgozzare lui, tagliarmi la gola
per risparmiarci tutto quello. Cose peggiori della morte:
questa nuova idea entra la mia vita.
La guardia entra la mia vita, la fogna del suo corpo,
“come gli piace fare.” Gli occhi del bambino di cinque anni, Dago,
che li guarda mentre lo fanno con la madre. Gli occhi della madre
che li guarda mentre lo fanno con Dago. E nel mio soggiorno, come un bambino,
il mondo, Dago. E niente di quello che ho provato è stato peggiore della morte,
il nostro sangue sul pavimento di pietra era bello quanto la vita.
Risparmiarci tutto quello -mio figlio che mi guarda
i miei occhi su di lui - il montone-cinghiale sopra i nostri corpi
noi che guardiamo i nostri vecchi nemici con un inchino di commiato,
morte gentile ed eterna
che ci permette di andar via.



*



La fine

Avevamo optato per un aborto, eravamo
diventati due assassini. Che poi mi siano venute le mestruazioni
non ha cambiato niente. Quella coppia di giovani innamorati
che parlavano in favore della vita erano morti.
Stavamo discutendone a letto, e lo schianto giù in strada
non ci colse di sorpresa. Siamo andati alla finestra,
abbiamo osservato le macchine sfasciate e lo scintillio
dei vetri storti e taglienti, come
se fossimo stati noi a frantumarli. I poliziotti tiravano fuori i corpi
rossi come placente dalla piccola, fumosa
apertura della porta, li stendevano
sulla collina, li coprivano con coperte subito imbevute di sangue.
Il mestruo
cominciò a colarmi
giù dalle gambe, dentro le pantofole. Sono rimasta lì
fino a che hanno infilato il corpo legato
nel buco nero
dell’ambulanza e spinto su l’altro corpo,
una benda a coprirgli la testa,
la macchia dove prima c’erano gli occhi.
Il mattino dopo ho dovuto stare un’ora in ginocchio
sul pavimento a pulire il mio sangue,
a sfregare con stracci bagnati quelle macchie scure,
lucenti, come quando uno deve inzuppare a lungo
la padella per poi scrostarla
a festa finita.



*


L’occhio

Mio nonno era cattivo, non ci dava da mangiare.
Spegneva le luci quando noi cercavamo di leggere.
Si sedeva da solo nella stanza invisibile
davanti al camino, e beveva. È morto
quando avevo sette anni, e la nonna non una volta
che avesse preso le nostre difese,
i riflessi del fuoco brillavano sulla sua faccia rossa e fredda,
specialmente nel sul suo occhio di vetro.
Oggi ho ripensato a quell’occhio,
a come di notte, nel grande letto matrimoniale
lui dormisse con la faccia rivolta verso sua moglie, e a come
il buco molle dell’orbita vuota dovesse restare aperto
accanto a lei sul cuscino, e a come io
sia per un quarto sua, un uomo brutale con
un buco al posto dell’occhio, e per un quarto appartenga a lei,
una donna che non ha mai protetto nessuno. Sono anche
il loro sesso, il loro figlio, il loro letto, e
sotto il letto la botola che portava
in cantina, coi barili colmi di mele fresche, e
dentro di me, c’è anche il sentiero che portava
al ruscello e che brillava nel buio,
un posto per scappare via.




Col fuoco

Quando passo davanti a un edificio abbandonato, mezzo decrepito,
o davanti a una discarica, in inverno, l’odore del marciume freddo
mi toglie l’ultimo dubbio: il mio corpo
non marcirà. Non me ne starò stesa nella terra
col cavolfiore e i porcini,
un fungo che mi cresce dalla pancia
forte come un feto, il viso spazzato via dall’acqua,
piccoli broccoli che sbocciano dalle mie labbra calviniste, e i capelli che crescono,
le mie unghie che si allungano in riccioli di corno,
continui movimenti dentro la mia tomba. Se il verme
fosse Dio, lo lascerei avanzare, lentamente, nella mia carne,
se solo la sua danza fosse musica. Ma ero là, quando la fermentazione
si rimestava nel corpo di mio padre, ogni notte,
dentro tunnel tortuosi,
e mi è bastato.
Sarò bruciata, riverserò una volta per tutte
il mio corpo nel fuoco. Me ne andrò senza sentire
il dolore feroce. I miei capelli
sibileranno intorno al mio scalpo arrostito, con
una testa d’aglio in tasca me ne andrò.
E so cosa succede dentro l’involucro di fuoco,
quando i tendini dei gomiti si ritirano per il calore, e io
voglio che succeda - voglio, da morta,
alzare i pugni nell’aria, voglio
andarmene come un pugile.

__________________
 

[ traduzione di Daniela Raimondi ]



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venerdì, 13 novembre 2009

da: Requiem per i vivi



XIII


Il sacrificio è qualcosa che viene portato.
Come un vestito. Come un dono.


[...]





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dipinto di Omar Galliani
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giovedì, 05 novembre 2009
Filippo Amadei



amadei



















 

 


dalla nota critica di Francesco Tomada:
 

Saperti a piedi nudi” (Lietocolle) è la seconda raccolta poetica di Filippo Amadei, che aveva esordito nel 2005 con “La casa sul mare” (Il Ponte Vecchio), e si caratterizza per una versificazione distesa, leggibile e sicura. Rispetto all’opera prima sono evidenti i passi in avanti compiuti dal giovane autore forlivese nella consapevolezza dell’utilizzo della lingua e nella definizione di uno stile personale senza nascondere il punto di partenza  [...] 
  continua  su  "La dimora del tempo sospeso"

__________________



Testi tratti da Saperti a piedi nudi, Faloppio (CO), Lietocolle Libri, 2009.



*

L’OMICIDIO DI BENAZIR BHUTTO

Un proiettile ak-47 le ha sfondato il cranio
ha vinto la resistenza dei capelli scuri, la guerra
delle sue mani contro la morte. Lei non voleva
scampare al naufragio, lo dicevano gli occhi
pronti all’inciampo, i nervi tesi delle dita sottili
una questione di mesi giorni secondi, forse
la sua cessata ostinazione si ostina a non finire
commentano gli inviati speciali della BBC
mentre io non riesco a capire se fuori piove
o nevica ghiaccio se questa malinconia
natalizia attraversa me o l’occidente.







                                         Dammi un autunno come quello
                                                      degli alberi cedui, mia vita.
                                                     Il tremolio glorioso e tintinnante
                                                     di una luce superstite e infinita.

                                                     Giuseppe Conte



C’è stata un’altra rapina stanotte e crescono
ettari di ipermercati nelle campagne
penso a mia madre che mi vuole bene, alla vita
incomprensibile di Giorgia, ma tu arrivi
come un sussulto sugli alberi aperti
all’ultimo sole di viale Marconi e non so più
se questo giorno che muore è perduto
veramente se sono io o sei tu, autunno
con le tue mille mani a sfrondarmi.



*




Il vano passeggero è piccolo e scomodo.
Mi tocca rincagnarmi fra le borse da viaggio
tra lattine e cartoni di latte.
In galleria assaggio il buio della roccia
quando ci rigurgita e torna la luce
mi sembra la prima volta.
La vacanza ci affaccia a un mondo nuovo
le cinture di montagne mi soffocano
stringono alle radici della terra
per troppo bene che ci vogliono.

Luglio 2004





*



a Cristina, per sempre

Io per primo tu dietro, insieme
ansimare fino agli scogli
pieni di sale, era un gioco
essere felici, era semplice
vivere, non come ora
che resto in attesa del perfetto
rumore dei nostri passi
mi dico che devo riprendere a giocare
la necessità del tuo ricordo rialberga in me
come un tenero rimprovero
mentre tutta la mia vita resta qui
orfana e concentrata - un granello
nel paesaggio marino che ammutolisce.



*



Il salto in alto

                                      a Fabio

È tutta una questione di tendini
e torsione del busto oltre l’asta
questo mi dicevi, di guardare
la posa dei piedi nella contrazione
limpida prima del salto, l’allineamento
parallelo delle gambe al terreno
non dimenticherò mai l’agosto del ‘92
nello slancio della nostra ultima infanzia
mentre l’aria fendeva il profilo
del tuo corpo, indecifrabile
un miracolo verso l’alto.




______________________

Inediti



*

Una chiave USB senza coperchio
oggetti nati per stare insieme
separati dalla distrazione del caso.
Erano anni che non ti vedevo
ho ritrovato il coperchio sotto il vecchio
mobile della casa al mare
così il nostro pedalare insieme nella pineta
ha la stessa traiettoria di un incontro
come si ritrovano da lontano le cose
credute smarrite per sempre
come si riconoscono - solo nascosta era
negli angoli del tempo la perfezione
il loro combaciarsi.



*



Qualcosa di te continua ad esistere
sparso e inanimato, quel chiaro
fermaglio a forma di orsetto
il portapenne colorato che lotta
invano col mio disordine.
Non sei più acqua ma sedimento
breve della memoria
bacino di raccolta, affanno
passato e placido, stratificato nel tempo.



*



Hai iniziato la tua opera di demolizione
basta poco, qualche pietra appena
più dura a rompere l’ostile
equilibrio del corpo, privato
di ogni suo valore, una piccola solitudine
sola resta, in questo vuoto sto
senza biasimarti
posso solo vedermi distruggere.




*



Queste mie povere ossa sdraiate sul telo
azzurro del mare, questo mio piccolo
modo di risplendere che proteggi
tra le ultime dita dei tuoi giorni
settembre che resisti
nei battiti deboli della luce
mi chiedi di aiutarti a guarire
come una ferita, ma è la tua agonia
che preme - una spina
nel debole tallone della mia vita.




*



SALA PESI

Questi pesi che gravitano intorno
al mio spazio vitale, tutti questi pesi
riuniti in anelli, ancorati a equilibri
di bilancieri al sistema di funi e carrucole
del cervello. Questa ghisa non m’abbandona
mai - è tutto un massiccio
movimento di pensieri
e non si è mai abbastanza
leggeri per la vita.

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categoria:filippo amadei
lunedì, 02 novembre 2009

Ciao Alda


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Requiem, una poesia inedita di Alda Merini    [  da  qui  ]
 

Requiem

ed ecco per te il mio requiem senza parole
con la bocca piena di erba e di felci azzurre
ecco il mio requiem della corifera che non
è creduta, della Cassandra che è vilipesa
magnifico esempio di segreta impresa
tu solo mi esalti e mi incanti perché
sei colui che non si può prendere ed essendo
fermo sulle rive del Gange in perenne
contemplazione aspettando che passi la pagliuzza
d’oro della conoscenza e dell’era eterna
tu che sei scaltro più della pietra e più
duro del sasso e che pensi perennemente
pensi alle ere pitagoriche e che veneri
Socrate e che infine sei Paolo di Tarso
atterrato dalla fede infinita ebbene io
ti disarcionerò dal tuo cavallo d’amore
filiale desiderante farò di te un martire
dell’ombra perché il segreto della tua
tristezza è l’ordine e il disordine delle
cose create perché io non sono dissimile a
tua madre a Cerere eterna e infine sono
anche la primavera che si mette sugli alberi
insieme alla rugiada e tu ami la rosa della
vergogna che mi trovo appuntata sul petto
e tu le esalti e le scorri con le tue dita
feconde. Potessi così capire il mio desiderio
che si apre il fiore della carne infinitamente bella
e trovarvi dentro il seme insaziabile
dell’amore e dell’ebbrezza potessi sprezzante te
spargere sangue insieme disseminare
la discordia degli abissi perché sei
il murmure pieno e il precipizio delle
albe e perché infine tu conosci il senso
della bellezza. Io aborro pensare ma
aborro anche muovermi nel caos infinito.
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venerdì, 30 ottobre 2009


Marina Cvetaeva ,  1892 – 1941 



marina cvetaeva

























A Anna Ahmatova
 
Sottile figura non russa —
Sui vecchi codici.
Lo scialle cadde dai paesi turchi
Come un mantello.
 
Vi si può rendere con una sola
Linea nera spezzata.
Dicembre c’è — ma nella gioia, agosto —
Nella vostra malinconia.
 
Tutta la vostra vita è un brivido,
Con cosa — si concluderà?
Annuvolata — plumbea — la fronte
Di demone fanciullo.
 
A Voi fu dato di sconfiggere
Ogni mortale — fannullona!
Col vostro verso disarmato
Ci centrate sempre al cuore.
 
In un’ora di sonno mattutino,
— Verso le quattro e un quarto—
Di Voi mi sono innamorata,
Anna Ahmatova.
 
 
11 febbraio 1915


anna achmatova





































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mercoledì, 21 ottobre 2009
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martedì, 13 ottobre 2009


Con ostinazione, come una preghiera che ritorna,
si compone la parola.

Oro, fame, corpo offerto dopo la falciatura
che aspetta senza corso se non quando
lui solleva le porte e il vento fa timone.

Ho un assassino che mi conduce
dalla rosa all’altra rosa.
E ho l’amore che rovescia
la stessa cosa all’infinito.

Niente è uguale se non coincide,
come notte non è mai la stessa
notte quando è buio e il segreto
incontra il vuoto

e mano e chiodo smarriscono i prodigi
senza sapere che l’una e l’altro sono lo stesso grido
che converge nel mistero.

Così lui mi solca al buio.
Ed è orbita terrestre
che non conduce, che resta
a fare luogo, a fare nome casa.






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foto

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lunedì, 05 ottobre 2009

RAINER MARIA RILKE


Niente è paragonabile. Esiste forse cosa
che non sia del tutto sola con se stessa e indicibile?
Invano diamo nomi, solo è dato accettare
e accordarci che forse qua un lampo, là uno sguardo
ci abbia sfiorato, come
se proprio in questo consistesse vivere
la nostra vita. Chi si oppone perde
la sua parte di mondo. E chi troppo comprende
manca l'incontro con l'Eterno. A volte
in notti grandi come questa siamo
quasi fuori pericolo, in leggere parti uguali
spartiti fra le stelle. Immensa moltitudine
.


postato da: ioletoini alle ore 07:37 | Permalink | commenti
categoria:rainer maria rilke
martedì, 29 settembre 2009
a chiodo nel capocuore, millechilometri ancora
nell’onda ombra dove il vento precipita
e grandi luminose vanno, oltre il basso più buio
nel gorgo delle sue mani

la selva s’inaspra
una croce sale in picchiata, fa nodo fa centro
ascensione del nero

tuttodentro la voce è perduta

di là da ogni cosa frano
a vela l’orco divora, m’inficca
fino a che dilaga il mai colto fiore

incandescente sullo stelo dichiaro:
io credo!



la figlia era nuda 2005































 omar galliani, la figlia era nuda, 2005
postato da: ioletoini alle ore 09:43 | Permalink | commenti (1)
categoria:quasi, omar galliani
martedì, 22 settembre 2009
da: Requiem per i vivi


VIII


Il giorno era scuro. Il cielo scomparso. La notte senza mai pace.
Il vento era nei muri. Nelle braccia che sbattevano come rami.
La casa colpita e colpita come una frasca.
Bambini, scodelle, uncini, tutto cadeva con un rumore bestiale.

Un cuore solo frullava come un volo di uccelli.
Frrr. Frrr. Ma dentro quel vuoto di intenti nessuno riusciva a cantare.







santi, 2006


































opera di  Omar Galliani,  Santi, 2006
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categoria:incontri, pittura, omar galliani