IL POETA E' UN PARTIGIANO
[ una nota a Fabrica di Fabio Franzin ]
E’ un tempo infame - questo nostro - tempo senza direzione, senza conforto; il conforto che viene dalle cose care, tracce che si percorrono anche quando è buio e sembra non esserci più luogo a fare nome casa; un tempo che sembra slegarci da tutto: ogni cosa perde forma, i corpi nuotano soli in un coagulo di paura, mettendo a rischio dignità e nome.
E’ in questo territorio - dove una polvere sottile si leva sopra le cose, dove fatica e pesantezza impediscono all’aria di farsi cielo - che arriva la poesia di Fabio: un colpo di frusta a scuotere le cose ferme, a scuotere noi e le nostre troppo facili rese. Fabio imbraccia le sue armi, non fugge, affronta la battaglia. E lo fa con la sua voce genuina, attenta, una voce che ha in sé il calco del luogo ossuto del traversamento. Lì Franzin nomina le cose, le fa muovere obbligandoci a guardarle.
Nominare per esistere. Dichiarare per non sparire.
La memoria ha anche questo compito: incidere la forma degli oggetti, dei gesti fino a costruire il loro percorso, coprire la distanza che li lega fra l’atto che si compie e la loro origine, il loro probabile divenire, come a indicare un possibile uscio, un passaggio che conduca dal vuoto all’impronta: di qui si è passati, qui c’è necessità di lasciar segno, possibile prosecuzione.
Ci vuole coraggio per stare nelle cose, guardarle dritte in fondo al cuore.
Ci vuole passione. Partecipazione.
Fabio è l’uomo presente, contemporaneo e attivo, che offre la sua totale adesione al luogo, al tempo.
Il poeta ci fa entrare nel territorio del cuore sopito per intontimento, nella casa del pensiero accigliato dai rumori di una macchina che mastica e inghiotte, che sfianca e tritura corpi, pensieri, senza tregua. Così “Fabrica” prende vita, diventa viva orma, direzione.
Con la sua poesia nuda e immediata, Franzin ci dona l’ascolto di chi sta dentro, a occhi spalancati, non indietreggia ma alza il tiro, mira alla nostra intelligenza, al cuore: ci chiede di non distogliere lo sguardo. Fabio diventa il partigiano dentro il bosco delle nostre città, delle strade spente, delle lotte che si compiono senza la consapevolezza di quanto il loro peso calchi a fondo sul selciato che ci porta verso casa. Vestito di terra, il poeta avanza e spara. Spara la sua poesia in mezzo al nostro petto.
E il corpo prende luce. E in mezzo a un pulviscolo informe, la sua-nostra Fabrica diventa volto acceso, fiato, rotta. Facciamone tesoro.
Il libro, scritto nel dialetto parlato nell’Opitergino-Mottense – variante del dialetto Veneto-Trevigiano, si divide in due sezioni: “Pòri operai” (poveri operai) e “Par nome” (Per nome).
Il poeta accende figure e oggetti, singolarmente Franzin nomina persone e strumenti dando vita al corpo-fabbrica. Quello che ne emerge è una sagoma che si muove fra forza e fragilità, quasi si sentisse una perversa energia scaturire dal forno-macchina che spinge uomini e oggetti in un congegno vuoto e spesso privo di coscienza. “ ‘A te struca ‘a fabrica,/ ‘a te castra via ‘l sorìso./ Sol che fiàca ‘a te ‘àssa / pa’ a sera e neri pensier i/ de èsser sol che numeri”. Il poeta, descrivendo l’operaio o l’attrezzo, lascia al lettore lo spazio per intuire, oltre lo strato dell’atto compiuto, il folto di un sentire che pesa più della fatica, più della sua dichiarata rappresentazione.
-------------------------

- testi -
Varda chii operai, varda
come che i se perde via
fra i só pensieri intant che
i se fuma ‘na cica sentàdhi
contro ‘l muro dea fabrica
vàrdii, stràchi e spàzhi,
co’ i gins che ‘na volta
i ièra quei boni, e ‘dess
i ‘é sol un pèr de bràghe
màssa curte e taconàdhe
co’ i chee camise smarìdhe,
‘e scarpe zhòzhe de còea
o de ojàzh, zhéjie e cavéi
zai de segadùra. I par squasi
dei pajiàzhi scanpàdhi via
da un circo, cussì, ridìcoi
e maincònici come i comici
del cinema mut, e muti i ‘é
anca lori parché ‘a fadhìga
ghe ‘à portà via ‘a paròea
vàrdii ‘dèss che i schinzha
‘a cica soto i pie e a testa
bassa i torna dae machine
che spèta ‘ncora i só sèsti
servi; i sogni soeàdhi lontani.
Guarda quegli operai, nota
come sono assorti
fra i loro pensieri mentre si
concedono una sigaretta seduti
contro il muro della fabbrica
guardali, stanchi e sporchi,
con i jeans che un tempo
erano alla moda, ed ora
sono solo un paio di brache
troppo corte e rattoppate
con quelle camicie sbiadite,
le scarpe lerce di colla
o di oliaccio, ciglia e capelli
gialli di segatura. Sembrano quasi
dei clown fuggiti
da un circo, così, ridicoli
e malinconici come i comici
del cinema muto, e muti sono
anche loro perché la fatica
gli ha estirpato la parola
guardali ora mentre schiacciano
la cicca sotto i piedi e a capo
chino ritornano dalle macchine
che attendono ancora i loro atti
servili; i sogni volati altrove.
*
I sèsti i ‘é senpre ‘i stessi
òni dì. E sempre pì sguèlti
i deve èsser. ‘E man che
‘e core, e corendo ‘e porta
via co’ lore anca ‘l zhervèl
e ‘l sorìso de tó fiòl ròdhoea
in mèdho ae rulière, ‘i òci
de tó fémena se sconde drio
i bancài, i muéti i diventa
mamùt zai che i vòl levàrte
co’e só zàne de fèro fin ‘ndo’
che i sogni no’ i ‘à pì àe. Sèsti,
‘i stessi, sempre, e senpre pì
de prèssa ‘dèss, senpre prima
‘e man in préstio, el stress
òmini deventàdhi robò romài
come farài, co’ i ‘riva casa?
Come farài a far passàr pinpiàn
‘na carézha fra i rizhi
de l’amór; fàzhie che i dei,
tut a un trato, no’ i se ricorde
‘ndo’ che i ‘é e che i parte via
de scàto, fàzhie che pur savèndo
‘ndo’ che i se trova no’ i pòsse
pì controeàrse e i tache a tremàr.
I gesti sono sempre gli stessi
ogni giorno. E sempre più ossessivi
devono essere. Le mani che
corrono, e correndo trasportano
con loro anche la mente
il sorriso di tuo figlio rotola
in mezzo alle rulliere, gli occhi
di tua moglie si nascondono oltre
i bancali, i carrelli si mutano
in mammut giallastri che ti sollevano
con le loro zanne d’acciaio, sin dove
i sogni non hanno più ali. Gesti,
gli stessi, sempre, e sempre più
in ostaggio alla fretta, ora, sempre prima
le mani in prestito, lo stress
uomini trasformati in robot ormai
come faranno, quando ritornano a casa?
Come faranno a far scivolare lentamente
una carezza fra i riccioli
dell’amore; facile che le dita,
tutto d’un tratto, si scordino
di essere uscite da quella follia e partano
di scatto, facile che pur consce
di essere “rientrate” non riescano
comunque a controllarsi e inizino a tremare.
*
Un zhigo. E po’l nostro
‘córer verso ‘l compagno
che i ‘é za drio portàr via;
‘na só man infagotàdha
tel traversón nero del capo.
E chea macia de sangue
scuro là, tea segadhura,
come un continente nòvo
te ‘na carta gìografica
del lavoro; cussì de sèst
tea segadhura. ‘E jozhe
perse drio i reparti par
che ‘e segne un sentiero
de doeór. Po’ chel bissibissi
bass fra un siénzhio
che pesa. Se va in zherca
dei dó tòchi de déo come
che, altre volte, se zherca
‘l càibro, ‘l bòro o ‘a ciave
da disdòto… Calcùn varda
chea lama colpévoe… Po’
el capo ne ricorda che no’
sen qua pa’ perderse via;
se torna sòchi drio i tòchi
da far, co’i déi che trema.
Un urlo. E poi il nostro
accorrere verso il collega
che già stanno portando via;
una sua mano avvolta
nel grembiule nero del capo.
E quella chiazza di sangue
scura, lì, sulla segatura,
come un continente nuovo
nella carta geografica
del lavoro; così opportunamente
sulla segatura. Le gocce
sparse lungo i reparti sembra
che traccino un sentiero
di dolore. Poi quel brusio
di voci sommesse fra un silenzio
che pesa. Si cercano
due falangi come,
altre volte, si è cercato
il calibro, il pastello di cera o la chiave
da diciotto… Qualcuno guarda
quella lama colpevole… Poi
il capo ci ricorda che non
siamo qui per perdere tempo;
e mesti ritorniamo ai nostri pezzi
da fare, con le dita tremanti.
*
Chissà se ghe sarà mai
perdono pa‘e bestéme
che ghe sbrissa fòra
daa boca ai operai, se
Dio no’l sarà anca lu
là, in pie, a ‘spetàrli
co’e man strente drio
‘a schena, el vistito scuro,
i ociài de oro che slusa;
come ‘n’antro parόn
pronto a darghe ‘a carne,
a ‘contarghe pa’a mièsima
volta ‘a fàvoea de chi che
l’à creà un mondo da sol,
senza riposàr mai, nianca
el sètimo zorno. Chissà
se inmanco lu ‘l capirà
che porchidhàr vièn cussì
naturàe drento ‘na fabrica,
che anca al pì sant casca
tee man un dio, ‘na madhόna
òni tant, casca chel nome
sacro in mèdho aa pressa
e al sudhόr, al doeόr de no’
‘ver pase, aa crose dee ore.
Chissà se ci sarà mai
perdono per le bestemmie
che sgusciano fuori
dalle labbra agli operai, se
Dio non sarà anche lui
lì, in piedi, ad attenderli
con le braccia strette dietro
la schiena, il vestito scuro,
gli occhiali dorati che luccicano;
come un altro padrone
pronto a mostrargli il danno,
a raccontargli per l’ennesima
volta la favola di chi
ha creato un mondo tutto da sé,
senza riposare mai, neanche
la domenica. Chissà
se almeno lui comprenderà
che bestemmiare viene così
naturale dentro una fabbrica,
che anche al più santo cade
nelle mani un dio, una madonna
ogni tanto, cade quel nome
sacro fra la pressa (la premura)
e il sudore, il dolore di non
trovar requie, la croce del tempo.
*
No’ resta altro che pensar
là, in cadhéna, parché
no’ i pòl, no’ i rièsse
pì a parlarse fra de lori
‘sti operai. E anca se
i podhésse no’ i savaràe
còssa ‘contarse, còssa
trar fòra daa vose pa’
‘iutarse un co’ cheàltro,
fracàdhi là, tuti strenti
come s.ciàvi ai remi
te ‘sta nòva nave gaèra.
I tase, oniùn co’a só nera
strica de sèsti da ripèter,
oniùn co’a só verità nuda
e cruda tignùdha sconta
drio ‘sti sèsti, co’l só
zhest de speranze romài
marzhe. I tase, e tasendo
i lavora mèjio, i stà pì
‘tenti, i fa pì produzhión.
Lo sa el parón co’l passa
serio fra i reparti, co’l se
ferma ora de qua ora de ‘à
e li varda, li varda tee man.
C’è spazio solo per i pensieri
lì, in catena, perché
non possono, non riescono
più a parlarsi fra di loro
questi operai. Ed anche se
potessero non saprebbero
cosa raccontarsi, cosa
cavar fuori dalla voce per
aiutarsi l’un l’altro,
stipati lì, tutti stretti
come schiavi ai remi
in questa moderna galea.
Tacciono, ognuno con la sua buia
sfilza di gesti da ripetere,
ognuno con la sua verità nuda
e cruda tenuta nascosta (e da scontare)
dietro questi gesti, con il suo
cesto di speranze ormai
marcite. Tacciono, e tacendo
rendono meglio, prestano
attenzione, producono di più.
Ben lo sa il padrone quando passa
serio fra i reparti, quando si
ferma ora qua ora là
e li guarda, li fissa nelle mani.
*
A vardarla stando fòra,
‘a Fabrica, no‘ par che
‘a sie un mostro, no’a
fa cussì paura. Anca se
griso, ‘l capanón l’à ‘na
só grazhia: squadrà, quatà
un fià scont drio ‘a zhièsa
de lauro che lo scontorna,
i dó alberèi che fa bèl fora
dai ofìci; tacà là in banda
a cheàltri, che insieme i par
squasi tanti cubéti de Lègo
sparpagnàdhi come a caso
fra ‘e stradhèe. L’é chel só
ànsio, però, chel bàter sordo
che se sinte anca da qua
a dir de bestia, e feroce,
un sgrinciàr de fèro co’
fèro, un boiór continuo,
senza pase, da vulcano,
squasi che drento a chea
scàtoea de cimento i sie
drio conbàter ‘na guèra;
paura che i cancèi i tache
scórer, che ‘a te tire drento.
A guardarla da fuori,
la Fabbrica non sembra
proprio un mostro, non
fa così paura. Anche se
grigio, il capannone mostra una
sua certa grazia: squadrato, solido
e in parte schermato dalla siepe
d’alloro che lo contorna,
i due alberelli a ingentilire l’esterno
degli uffici; accosto, lì, accanto
agli altri, che insieme paiono
quasi tanti cubetti del Lego
sparpagliati come a caso
fra le stradine. È quel suo
ansimare, però, quel tum tum sordo
che si ode anche da qui
a dire di bestia, e feroce,
un digrignare di ferro con
ferro, un ribollìo insistito,
senza sosta, da vulcano,
quasi che dentro a quella
scatola di cemento si
stia combattendo una guerra;
paura che i cancelli prendano
a scorrere, che ti tiri dentro
*
Mirco ‘l se sinte mal
òni volta che ‘l passa
fra i cancèi dea fabrica:
ghe manca ‘l fià, ghe
par de èsser drio morìr.
El varda i só compagni
rider e scherzhàr fra de
lori, co’l riva, ‘a matìna,
e no’l capìsse come che
se pòsse ‘ver chea vòjia
cussì sana; cussì strana
‘a ghe par te chel posto
chea alegria, cussì fòra
posto drento un sistema
de fadhìga serva e rufiàni,
de capi, osàdhe e bestéme;
e lu ‘l trema, e ‘l continua
a vardàr fòra, là in alt, fra
i fìnestroni, el pensa a l’aria,
ae fòjie, el pensa ae vòjie
che ghe mòre drento intant
che ‘e man ‘e va da soe, lore,
lore che ‘e sa che no’é parché
che tegne, che bisogna, puro
tremando, brincàrse ‘l magnàr.
Mirco ha l’affanno
ogni volta che varca
i cancelli della fabbrica:
gli si strozza il fiato, gli
sembra quasi di morire.
Vede i suoi colleghi
ridere e scherzare fra di
loro, quando arriva, la mattina,
e non capisce come
possano possedere quella levità
così gaia; così anomala
le pare in quel contesto
l’allegria, così fuori
posto entro quel codice
di fatica serva e ruffianerie,
di capi, di urla e bestemmie;
e lui trema, e continua
a guardare fuori, lassù, fra
i lucernari, pensa all’aria,
alle foglie, pensa ai desideri
che gli muoiono dentro intanto
che le mani vanno da sole, esse,
esse che sanno che non c’è perché
che tenga, che bisogna, anche
tremando, guadagnarsi (afferrare) il pane

_________________________
Fabio Franzin - Fabrica, Atelier, aprile 2009 - € 10.00
==============
Altri testi e notizie:
liberinversi
nazioneindiana
alveare