SHARON OLDS

La morte di Marilyn Monroe
Gli uomini dell’ambulanza toccarono il corpo
freddo, lo sollevarono sulla barella, pesante come il ferro,
provarono a chiudere
la bocca, chiusero gli occhi, legarono
le braccia ai lati, liberarono
la ciocca di capelli rimasta impigliata, come se fosse importante,
videro la forma dei seni, appiattiti
sotto il lenzuolo dalla forza di gravità,
la portarono giù, come se quella cosa
che scendevano lungo i gradini fosse ancora lei.
Questi uomini non furono più gli stessi. Dopo il lavoro
andarono, come sempre,
a bersi un bicchierino o due, ma non riuscivano a
guardarsi negli occhi.
Le loro vite presero
una svolta - uno soffrì di incubi, strani
dolori, impotenza, depressione. Uno cominciò
a odiare il suo lavoro, guardò con occhi diversi
sua moglie, i bambini. Persino la morte
gli sembrò diversa - un posto dove
l’avrebbe trovata ad aspettare.
e uno si trovò di notte, in piedi
davanti alla porta di una stanza da letto, ad ascoltare
il respiro di una donna, solo una donna comune,
che respirava.
*
Cose peggiori della morte
Parli del Cile,
della donna arrestata
insieme al marito e al figlio di cinque anni.
Racconti di come le guardie hanno torturato la donna, l’uomo, il bambino,
l’uno davanti agli occhi degli altri,
“come gli piace fare.”
Cose peggiori della morte.
Posso immaginarmi mentre prendo fra le dita i capelli biondo-cenere di mio figlio,
mentre gli giro la testa prima che capisca cosa sta succedendo,
sgozzare lui, tagliarmi la gola
per risparmiarci tutto quello. Cose peggiori della morte:
questa nuova idea entra la mia vita.
La guardia entra la mia vita, la fogna del suo corpo,
“come gli piace fare.” Gli occhi del bambino di cinque anni, Dago,
che li guarda mentre lo fanno con la madre. Gli occhi della madre
che li guarda mentre lo fanno con Dago. E nel mio soggiorno, come un bambino,
il mondo, Dago. E niente di quello che ho provato è stato peggiore della morte,
il nostro sangue sul pavimento di pietra era bello quanto la vita.
Risparmiarci tutto quello -mio figlio che mi guarda
i miei occhi su di lui - il montone-cinghiale sopra i nostri corpi
noi che guardiamo i nostri vecchi nemici con un inchino di commiato,
morte gentile ed eterna
che ci permette di andar via.
*
La fine
Avevamo optato per un aborto, eravamo
diventati due assassini. Che poi mi siano venute le mestruazioni
non ha cambiato niente. Quella coppia di giovani innamorati
che parlavano in favore della vita erano morti.
Stavamo discutendone a letto, e lo schianto giù in strada
non ci colse di sorpresa. Siamo andati alla finestra,
abbiamo osservato le macchine sfasciate e lo scintillio
dei vetri storti e taglienti, come
se fossimo stati noi a frantumarli. I poliziotti tiravano fuori i corpi
rossi come placente dalla piccola, fumosa
apertura della porta, li stendevano
sulla collina, li coprivano con coperte subito imbevute di sangue.
Il mestruo
cominciò a colarmi
giù dalle gambe, dentro le pantofole. Sono rimasta lì
fino a che hanno infilato il corpo legato
nel buco nero
dell’ambulanza e spinto su l’altro corpo,
una benda a coprirgli la testa,
la macchia dove prima c’erano gli occhi.
Il mattino dopo ho dovuto stare un’ora in ginocchio
sul pavimento a pulire il mio sangue,
a sfregare con stracci bagnati quelle macchie scure,
lucenti, come quando uno deve inzuppare a lungo
la padella per poi scrostarla
a festa finita.
*
L’occhio
Mio nonno era cattivo, non ci dava da mangiare.
Spegneva le luci quando noi cercavamo di leggere.
Si sedeva da solo nella stanza invisibile
davanti al camino, e beveva. È morto
quando avevo sette anni, e la nonna non una volta
che avesse preso le nostre difese,
i riflessi del fuoco brillavano sulla sua faccia rossa e fredda,
specialmente nel sul suo occhio di vetro.
Oggi ho ripensato a quell’occhio,
a come di notte, nel grande letto matrimoniale
lui dormisse con la faccia rivolta verso sua moglie, e a come
il buco molle dell’orbita vuota dovesse restare aperto
accanto a lei sul cuscino, e a come io
sia per un quarto sua, un uomo brutale con
un buco al posto dell’occhio, e per un quarto appartenga a lei,
una donna che non ha mai protetto nessuno. Sono anche
il loro sesso, il loro figlio, il loro letto, e
sotto il letto la botola che portava
in cantina, coi barili colmi di mele fresche, e
dentro di me, c’è anche il sentiero che portava
al ruscello e che brillava nel buio,
un posto per scappare via.
Col fuoco
Quando passo davanti a un edificio abbandonato, mezzo decrepito,
o davanti a una discarica, in inverno, l’odore del marciume freddo
mi toglie l’ultimo dubbio: il mio corpo
non marcirà. Non me ne starò stesa nella terra
col cavolfiore e i porcini,
un fungo che mi cresce dalla pancia
forte come un feto, il viso spazzato via dall’acqua,
piccoli broccoli che sbocciano dalle mie labbra calviniste, e i capelli che crescono,
le mie unghie che si allungano in riccioli di corno,
continui movimenti dentro la mia tomba. Se il verme
fosse Dio, lo lascerei avanzare, lentamente, nella mia carne,
se solo la sua danza fosse musica. Ma ero là, quando la fermentazione
si rimestava nel corpo di mio padre, ogni notte,
dentro tunnel tortuosi,
e mi è bastato.
Sarò bruciata, riverserò una volta per tutte
il mio corpo nel fuoco. Me ne andrò senza sentire
il dolore feroce. I miei capelli
sibileranno intorno al mio scalpo arrostito, con
una testa d’aglio in tasca me ne andrò.
E so cosa succede dentro l’involucro di fuoco,
quando i tendini dei gomiti si ritirano per il calore, e io
voglio che succeda - voglio, da morta,
alzare i pugni nell’aria, voglio
andarmene come un pugile.
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[ traduzione di Daniela Raimondi ]















