sabato, 27 giugno 2009

 

Viviana Scarinci   [una poesia]


Essere distrutte Le cose

per un paio di giorni essere distrutte

è forse proteggere più che tenersi le mani

più che contare anni come un gregge

e non lasciarli correre, che s’è visto l’amore

quello di bestie che si sono tutto, fratello, amante

pena di leccarsi, cattivi, quando c’è

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dal suo blog - "città siamese"

 La mia città è siamese perché ha due anime. È altro da ciò che più la riconosce. Infedele ad ogni mossa. La proposta è “un cammino lento e zingaresco tra l’interiorità e la magnificenza dell’esterno” (G.L. Ferretti). Attraverso il suburbio del corpo siamese. Rasente la sua crescita empirica. Il suo doppio esponente al crollo.

 

 

E ancora:

 

Rendimi la mia iattura

e da mano nuda, dammi la nudità

dammi impedimento, oltranza, finitudine

dammi quello che viene

dammi in questo sfarzo

la reminescenza che schiude l’agguato

dammi il fasto del caso

e la fascinazione della sua guerriglia

e rendimi la mia fisica

a filo di una risposta

la città è siamese perché ha due anime…

chi mostra il fianco sia colto

lo specchio non rimanda facce, inghiotte

come un anello chiude

intorno al dito l’oro di un varco

nessuno specchio più
cauterizzi terminazioni
innervate alle fissità

è siamese la città affranta

che rende un rostro al viso

 

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lunedì, 22 giugno 2009
creature walks among us half sh
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categoria:film, em
lunedì, 15 giugno 2009

Estate

 

Lei indossa una cuffia bianca. Il costume è azzurro.

Lui la segue verso il bordo della piscina.

I corpi asciutti falcano l’aria come fosse neve.

Si muovono lenti come daini, sopra tutti.

In punta di piedi assaggiano l’acqua.

Li guardo come si guarda un’auto che sfreccia contromano.

Mi siedo sul bordo vicino alla scaletta.

Cerco fra le teste che affiorano

e scompaiono dentro l’acqua.

Mi giro verso le sdraio. Sono lì, seduti vicini.

La donna ha una medaglietta che cade

fra i seni. Una ciocca di capelli

bianchi fa capolino dalla cuffia.

Si alza. Lui di nuovo la segue.

Mette le ciabatte vicino a quelle di lei.

La donna si immerge piano.

Lui scende dalla scaletta proprio quando

mia figlia mi spruzza. Le urlo “attenta!”.

L’uomo sorride come tutto fosse possibile.

Sorrido anche io, dico “buongiorno!”.

Mi guarda toccare la sua bellezza

che si apre come un sentiero dentro il bosco.

 “Che gioia vedervi qui” , dico.

Saluto la donna con uno sguardo

di complicità che ci appartiene da prima di nascere.

Non ci parliamo ma sento la sua forza

rubata goccia a goccia negli anni.

“Lei 76,  io  85 “  dice l’uomo cogliendo

la mia attesa. Mi sento inspiegabilmente parte

dei loro anni che cedono piccole ombre ai tratti lucenti del viso.

Li saluto con un cenno della mano e un sorriso che li benedice; 

torno al mio telo, al libro, alla sacca aperta sul prato.

Le cicale fanno mucchio dentro le foglie del cedro.




Captain Nandu

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lunedì, 08 giugno 2009

IL POETA E' UN PARTIGIANO
[ una nota a Fabrica di Fabio Franzin ]


E’ un tempo infame - questo nostro - tempo senza direzione, senza conforto; il conforto che viene dalle cose care, tracce che si percorrono anche quando è buio e sembra non esserci più luogo a fare nome casa; un tempo che sembra slegarci da tutto: ogni cosa perde forma, i corpi nuotano soli in un coagulo di paura, mettendo a rischio dignità e nome.
E’ in questo territorio - dove una polvere sottile si leva sopra le cose, dove fatica e pesantezza impediscono all’aria di farsi cielo - che arriva la poesia di Fabio: un colpo di frusta a scuotere le cose ferme, a scuotere noi e le nostre troppo facili rese. Fabio imbraccia le sue armi, non fugge, affronta la battaglia. E lo fa con la sua voce genuina, attenta, una voce che ha in sé il calco del luogo ossuto del traversamento. Lì Franzin nomina le cose, le fa muovere obbligandoci a guardarle.

Nominare per esistere. Dichiarare per non sparire.
La memoria ha anche questo compito: incidere la forma degli oggetti, dei gesti fino a costruire il loro percorso, coprire la distanza che li lega fra l’atto che si compie e la loro origine, il loro probabile divenire, come a indicare un possibile uscio, un passaggio che conduca dal vuoto all’impronta: di qui si è passati, qui c’è necessità di lasciar segno, possibile prosecuzione.

Ci vuole coraggio per stare nelle cose, guardarle dritte in fondo al cuore.
Ci vuole passione. Partecipazione.
Fabio è l’uomo presente, contemporaneo e attivo, che offre la sua totale adesione al luogo, al tempo.
Il poeta ci fa entrare nel territorio del cuore sopito per intontimento, nella casa del pensiero accigliato dai rumori di una macchina che mastica e inghiotte, che sfianca e tritura corpi, pensieri, senza tregua. Così “Fabrica” prende vita, diventa viva orma, direzione.
Con la sua poesia nuda e immediata, Franzin ci dona l’ascolto di chi sta dentro, a occhi spalancati, non indietreggia ma alza il tiro, mira alla nostra intelligenza, al cuore: ci chiede di non distogliere lo sguardo. Fabio diventa il partigiano dentro il bosco delle nostre città, delle strade spente, delle lotte che si compiono senza la consapevolezza di quanto il loro peso calchi a fondo sul selciato che ci porta verso casa. Vestito di terra, il poeta avanza e spara. Spara la sua poesia in mezzo al nostro petto.
E il corpo prende luce. E in mezzo a un pulviscolo informe, la sua-nostra Fabrica diventa volto acceso, fiato, rotta. Facciamone tesoro.

Il libro, scritto nel dialetto parlato nell’Opitergino-Mottense – variante del dialetto Veneto-Trevigiano, si divide in due sezioni: “Pòri operai” (poveri operai) e “Par nome” (Per nome).
Il poeta accende figure e oggetti, singolarmente Franzin nomina persone e strumenti dando vita al corpo-fabbrica. Quello che ne emerge è una sagoma che si muove fra forza e fragilità, quasi si sentisse una perversa energia scaturire dal forno-macchina che spinge uomini e oggetti in un congegno vuoto e spesso privo di coscienza. “ ‘A te struca ‘a fabrica,/ ‘a te castra via ‘l sorìso./ Sol che fiàca ‘a te ‘àssa / pa’ a sera e neri pensier i/ de èsser sol che numeri”. Il poeta, descrivendo l’operaio o l’attrezzo, lascia al lettore lo spazio per intuire, oltre lo strato dell’atto compiuto, il folto di un sentire che pesa più della fatica, più della sua dichiarata rappresentazione.




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fabbriche

 

 

 

 

 

 

 

- testi -




Varda chii operai, varda
come che i se perde via
fra i só pensieri intant che
i se fuma ‘na cica sentàdhi
contro ‘l muro dea fabrica

vàrdii, stràchi e spàzhi,
co’ i gins che ‘na volta
i ièra quei boni, e ‘dess
i ‘é sol un pèr de bràghe
màssa curte e taconàdhe

co’ i chee camise smarìdhe,
‘e scarpe zhòzhe de còea
o de ojàzh, zhéjie e cavéi
zai de segadùra. I par squasi
dei pajiàzhi scanpàdhi via

da un circo, cussì, ridìcoi
e maincònici come i comici
del cinema mut, e muti i ‘é
anca lori parché ‘a fadhìga
ghe ‘à portà via ‘a paròea

vàrdii ‘dèss che i schinzha
‘a cica soto i pie e a testa
bassa i torna dae machine
che spèta ‘ncora i só sèsti
servi; i sogni soeàdhi lontani.



Guarda quegli operai, nota
come sono assorti
fra i loro pensieri mentre si
concedono una sigaretta seduti
contro il muro della fabbrica

guardali, stanchi e sporchi,
con i jeans che un tempo
erano alla moda, ed ora
sono solo un paio di brache
troppo corte e rattoppate

con quelle camicie sbiadite,
le scarpe lerce di colla
o di oliaccio, ciglia e capelli
gialli di segatura. Sembrano quasi
dei clown fuggiti

da un circo, così, ridicoli
e malinconici come i comici
del cinema muto, e muti sono
anche loro perché la fatica
gli ha estirpato la parola

guardali ora mentre schiacciano
la cicca sotto i piedi e a capo
chino ritornano dalle macchine
che attendono ancora i loro atti
servili; i sogni volati altrove.



*


I sèsti i ‘é senpre ‘i stessi
òni dì. E sempre pì sguèlti
i deve èsser. ‘E man che
‘e core, e corendo ‘e porta
via co’ lore anca ‘l zhervèl

e ‘l sorìso de tó fiòl ròdhoea
in mèdho ae rulière, ‘i òci
de tó fémena se sconde drio
i bancài, i muéti i diventa
mamùt zai che i vòl levàrte

co’e só zàne de fèro fin ‘ndo’
che i sogni no’ i ‘à pì àe. Sèsti,
‘i stessi, sempre, e senpre pì
de prèssa ‘dèss, senpre prima
‘e man in préstio, el stress

òmini deventàdhi robò romài
come farài, co’ i ‘riva casa?
Come farài a far passàr pinpiàn
‘na carézha fra i rizhi
de l’amór; fàzhie che i dei,

tut a un trato, no’ i se ricorde
‘ndo’ che i ‘é e che i parte via
de scàto, fàzhie che pur savèndo
‘ndo’ che i se trova no’ i pòsse
pì controeàrse e i tache a tremàr.


I gesti sono sempre gli stessi
ogni giorno. E sempre più ossessivi
devono essere. Le mani che
corrono, e correndo trasportano
con loro anche la mente

il sorriso di tuo figlio rotola
in mezzo alle rulliere, gli occhi
di tua moglie si nascondono oltre
i bancali, i carrelli si mutano
in mammut giallastri che ti sollevano

con le loro zanne d’acciaio, sin dove
i sogni non hanno più ali. Gesti,
gli stessi, sempre, e sempre più
in ostaggio alla fretta, ora, sempre prima
le mani in prestito, lo stress

uomini trasformati in robot ormai
come faranno, quando ritornano a casa?
Come faranno a far scivolare lentamente
una carezza fra i riccioli
dell’amore; facile che le dita,

tutto d’un tratto, si scordino
di essere uscite da quella follia e partano
di scatto, facile che pur consce
di essere “rientrate” non riescano
comunque a controllarsi e inizino a tremare.


*


Un zhigo. E po’l nostro
‘córer verso ‘l compagno
che i ‘é za drio portàr via;
‘na só man infagotàdha
tel traversón nero del capo.

E chea macia de sangue
scuro là, tea segadhura,
come un continente nòvo
te ‘na carta gìografica
del lavoro; cussì de sèst

tea segadhura. ‘E jozhe
perse drio i reparti par
che ‘e segne un sentiero
de doeór. Po’ chel bissibissi
bass fra un siénzhio

che pesa. Se va in zherca
dei dó tòchi de déo come
che, altre volte, se zherca
‘l càibro, ‘l bòro o ‘a ciave
da disdòto… Calcùn varda

chea lama colpévoe… Po’
el capo ne ricorda che no’
sen qua pa’ perderse via;
se torna sòchi drio i tòchi
da far, co’i déi che trema.



Un urlo. E poi il nostro
accorrere verso il collega
che già stanno portando via;
una sua mano avvolta
nel grembiule nero del capo.

E quella chiazza di sangue
scura, lì, sulla segatura,
come un continente nuovo
nella carta geografica
del lavoro; così opportunamente

sulla segatura. Le gocce
sparse lungo i reparti sembra
che traccino un sentiero
di dolore. Poi quel brusio
di voci sommesse fra un silenzio

che pesa. Si cercano
due falangi come,
altre volte, si è cercato
il calibro, il pastello di cera o la chiave
da diciotto… Qualcuno guarda

quella lama colpevole… Poi
il capo ci ricorda che non
siamo qui per perdere tempo;
e mesti ritorniamo ai nostri pezzi
da fare, con le dita tremanti.


*


Chissà se ghe sarà mai
perdono pa‘e bestéme
che ghe sbrissa fòra
daa boca ai operai, se
Dio no’l sarà anca lu

là, in pie, a ‘spetàrli
co’e man strente drio
‘a schena, el vistito scuro,
i ociài de oro che slusa;
come ‘n’antro parόn

pronto a darghe ‘a carne,
a ‘contarghe pa’a mièsima
volta ‘a fàvoea de chi che
l’à creà un mondo da sol,
senza riposàr mai, nianca

el sètimo zorno. Chissà
se inmanco lu ‘l capirà
che porchidhàr vièn cussì
naturàe drento ‘na fabrica,
che anca al pì sant casca

tee man un dio, ‘na madhόna
òni tant, casca chel nome
sacro in mèdho aa pressa
e al sudhόr, al doeόr de no’
‘ver pase, aa crose dee ore.



Chissà se ci sarà mai
perdono per le bestemmie
che sgusciano fuori
dalle labbra agli operai, se
Dio non sarà anche lui

lì, in piedi, ad attenderli
con le braccia strette dietro
la schiena, il vestito scuro,
gli occhiali dorati che luccicano;
come un altro padrone

pronto a mostrargli il danno,
a raccontargli per l’ennesima
volta la favola di chi
ha creato un mondo tutto da sé,
senza riposare mai, neanche

la domenica. Chissà
se almeno lui comprenderà
che bestemmiare viene così
naturale dentro una fabbrica,
che anche al più santo cade

nelle mani un dio, una madonna
ogni tanto, cade quel nome
sacro fra la pressa (la premura)
e il sudore, il dolore di non
trovar requie, la croce del tempo.



*


No’ resta altro che pensar
là, in cadhéna, parché
no’ i pòl, no’ i rièsse
pì a parlarse fra de lori
‘sti operai. E anca se

i podhésse no’ i savaràe
còssa ‘contarse, còssa
trar fòra daa vose pa’
‘iutarse un co’ cheàltro,
fracàdhi là, tuti strenti

come s.ciàvi ai remi
te ‘sta nòva nave gaèra.
I tase, oniùn co’a só nera
strica de sèsti da ripèter,
oniùn co’a só verità nuda

e cruda tignùdha sconta
drio ‘sti sèsti, co’l só
zhest de speranze romài
marzhe. I tase, e tasendo
i lavora mèjio, i stà pì

‘tenti, i fa pì produzhión.
Lo sa el parón co’l passa
serio fra i reparti, co’l se
ferma ora de qua ora de ‘à
e li varda, li varda tee man.



C’è spazio solo per i pensieri
lì, in catena, perché
non possono, non riescono
più a parlarsi fra di loro
questi operai. Ed anche se

potessero non saprebbero
cosa raccontarsi, cosa
cavar fuori dalla voce per
aiutarsi l’un l’altro,
stipati lì, tutti stretti

come schiavi ai remi
in questa moderna galea.
Tacciono, ognuno con la sua buia
sfilza di gesti da ripetere,
ognuno con la sua verità nuda

e cruda tenuta nascosta (e da scontare)
dietro questi gesti, con il suo
cesto di speranze ormai
marcite. Tacciono, e tacendo
rendono meglio, prestano

attenzione, producono di più.
Ben lo sa il padrone quando passa
serio fra i reparti, quando si
ferma ora qua ora là
e li guarda, li fissa nelle mani.



*



A vardarla stando fòra,
‘a Fabrica, no‘ par che
‘a sie un mostro, no’a
fa cussì paura. Anca se
griso, ‘l capanón l’à ‘na

só grazhia: squadrà, quatà
un fià scont drio ‘a zhièsa
de lauro che lo scontorna,
i dó alberèi che fa bèl fora
dai ofìci; tacà là in banda

a cheàltri, che insieme i par
squasi tanti cubéti de Lègo
sparpagnàdhi come a caso
fra ‘e stradhèe. L’é chel só
ànsio, però, chel bàter sordo

che se sinte anca da qua
a dir de bestia, e feroce,
un sgrinciàr de fèro co’
fèro, un boiór continuo,
senza pase, da vulcano,

squasi che drento a chea
scàtoea de cimento i sie
drio conbàter ‘na guèra;
paura che i cancèi i tache
scórer, che ‘a te tire drento.



A guardarla da fuori,
la Fabbrica non sembra
proprio un mostro, non
fa così paura. Anche se
grigio, il capannone mostra una

sua certa grazia: squadrato, solido
e in parte schermato dalla siepe
d’alloro che lo contorna,
i due alberelli a ingentilire l’esterno
degli uffici; accosto, lì, accanto

agli altri, che insieme paiono
quasi tanti cubetti del Lego
sparpagliati come a caso
fra le stradine. È quel suo
ansimare, però, quel tum tum sordo

che si ode anche da qui
a dire di bestia, e feroce,
un digrignare di ferro con
ferro, un ribollìo insistito,
senza sosta, da vulcano,

quasi che dentro a quella
scatola di cemento si
stia combattendo una guerra;
paura che i cancelli prendano
a scorrere, che ti tiri dentro



*


Mirco ‘l se sinte mal
òni volta che ‘l passa
fra i cancèi dea fabrica:
ghe manca ‘l fià, ghe
par de èsser drio morìr.

El varda i só compagni
rider e scherzhàr fra de
lori, co’l riva, ‘a matìna,
e no’l capìsse come che
se pòsse ‘ver chea vòjia

cussì sana; cussì strana
‘a ghe par te chel posto
chea alegria, cussì fòra
posto drento un sistema
de fadhìga serva e rufiàni,

de capi, osàdhe e bestéme;
e lu ‘l trema, e ‘l continua
a vardàr fòra, là in alt, fra
i fìnestroni, el pensa a l’aria,
ae fòjie, el pensa ae vòjie

che ghe mòre drento intant
che ‘e man ‘e va da soe, lore,
lore che ‘e sa che no’é parché
che tegne, che bisogna, puro
tremando, brincàrse ‘l magnàr.



Mirco ha l’affanno
ogni volta che varca
i cancelli della fabbrica:
gli si strozza il fiato, gli
sembra quasi di morire.

Vede i suoi colleghi
ridere e scherzare fra di
loro, quando arriva, la mattina,
e non capisce come
possano possedere quella levità

così gaia; così anomala
le pare in quel contesto
l’allegria, così fuori
posto entro quel codice
di fatica serva e ruffianerie,

di capi, di urla e bestemmie;
e lui trema, e continua
a guardare fuori, lassù, fra
i lucernari, pensa all’aria,
alle foglie, pensa ai desideri

che gli muoiono dentro intanto
che le mani vanno da sole, esse,
esse che sanno che non c’è perché
che tenga, che bisogna, anche
tremando, guadagnarsi (afferrare) il pane


fabbrica3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




_________________________
Fabio Franzin - Fabrica, Atelier, aprile 2009 - € 10.00



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Altri testi e notizie:

liberinversi
nazioneindiana
alveare 

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lunedì, 01 giugno 2009

tina modotti, rose, 1924

tina modotti, rose, 1924

tina modotti, rose, 1924tina modotti, rose, 1924

tina modotti - rose, 1924

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categoria:tina modotti
giovedì, 28 maggio 2009

Ossa celesti appese alle funi.
Da suolo a suolo, senza toccare cielo.
Quarti di bestie sfiorano il nome.

E’ d’oro ogni buio.
Il fango mi commuove.
Il filo spinato, la ruggine, l’estate.
Ogni cosa che si rompe.
Tutte le cose rotte.
Lo stare senza, la fame, il seno magro di mia madre.
Il perdono.

xmasbi8


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categoria:incompiuti
martedì, 19 maggio 2009

DINA BASSO

8662AlbinGuillot

 

 

M'ansignarru a lavari i robbi,
a stirari cammisi,
a cusiri cuasetti,
e mi dissuru ca su cosi
ca servunu ppì tinirisi strittu 'n masculu.
Ma ppè masculi di ora
ppè robbi c'è a lavatrici,
i cammisi si mettunu macari senza stirati
e i cuasetti spurtusati
si ponu macari ittari.
Bella minchiata:
e iu, ora, cchì fazzu?


Mi hanno insegnato a lavare i vestiti, / a stirare camicie, / a cucire calzette, / e mi hanno detto che sono cose / che servono per tenersi stretto un maschio. // Ma per i maschi di adesso / per i vestiti c'è la lavatrice, / le camicie se le mettono pure senza stirate / e le calzette bucate / si possono bure buttare. // Bella minchiata: e io, ora, che faccio?


*


comu scura prestu,
quannu nunn‚ aju nenti cchì ffari!
U friddu si pigghia tutticosi,
cucca i picciriddi,
stona i vecchi,
ammazza i puurazzi, e suprattuttu
ammacchia aranci.


Come fa buio presto,/quando non si ha niente da fare!/Il freddo si prende tutto,/mette a letto i bambini,/stona i vecchi,/ammazza i poveracci, e soprattutto/rovina le arance.



*

mi fanu vilenu i vasi
quannu m’i duni sulu pucchì
s‚annunca n’asciarriamu,
s‚annunca finisci a fetu.
Quannu unu si vasa
Aviri a coscienza a ppostu,
s‚annunca è megghiu jucari ’e carti,
o mangiarisi l’unghia.


Mi fanno veleno i baci/quando me li dai soltanto perché/altrimenti litighiamo,/altrimenti finisce male./Quando si bacia/si deve avere la coscienza a posto,/altrimenti è meglio giocare a carte,/o mangiarsi le unghie.


*

iu pensu ca cc’è nautru munnu di vidiri,
picchì a nostra casa è troppu nica ppì
vasarini, e abbrazzarini tutti,
e fàrini tutti u lavaggiu ’i cuscienza.
Avemu un bagnu sulu.


Io penso che ci sia un altro mondo da vedere,/perché la nostra casa è troppo piccola per/baciarci e abbracciarci tutti,/e lavarci tutti la coscienza./Abbiamo un bagno soltanto.


*


Quannu mi talìu i pedi,
sacciu ca sugnu a figghia ’e Bassu,
a niputi da signora ddina,
chidda cco‚ culu ’rossu.

Suddu mi talìu l’occhi virdi ’ntò specchiu,
si vida ca sugnu a figghia d’a Bassetta,
chidda ch’aviva i capiddi bbiondi e llonghi finu ’o culu,
beddu culu,
i cosi ggiusti.

Quannu mi talìu,
sacciu ca sugnu’mmiscata,
arabi e normanni ca si inciunu,
tantu u culu
sempri culu è,
e a picca a picca,
n’angrossa (quasi) a ttutti.


Quando mi guardo i piedi,/so che sono la figlia di Basso,/la nipote della signora Dina,/ quella col culo grosso.//Se mi guardo gli occhi verdi allo specchio,/si vede che sono la figlia della Bassetta,/quella che aveva i capelli biondi e lunghi fino al culo,/bel culo,/giustamente.//Quando mi guardo,/so che sono mischiata,/arabi e normanni che s’uniscono,/tanto il culo/sempre culo è,/e a poco a poco,/ci ingrossa (quasi) a tutti.



*

i morti e chiddi ca stanu luntani
i stipu ’ntò stissu casciolu,
picchì su‚ chiddi ccu cu parru
e mentri ci parru
nunn’i vidu.


I morti e quelli che abitano lontani/li stipo nello stesso cassetto,/perché sono quelli con cui parlo/e mentre ci parlo/non li vedo.



*


quannu s’accapunu i balletti,
sulu i bbabbi restunu a ballari.
quannu i sciura nun fanu cchiù sciauru,
sulu i bbestia nunn’jettunu.
quannu veni a tussi forti,
sulu i cretini cuntinunu a fumari.

ma ju ancora staju bballannu,
i sciura ancora m'i tegnu,
e di fumari ancora fumu.

babba, bestia e cretina,
minn'aja dittu tri,
a tempu nenti.


quando finiscono i balletti,/soltanto gli scemi restano a ballare.//quando i fiori non fanno più profumo,/soltanto i bestia non li buttano. // quando viene la tosse forte,/solo i cretini continuano a fumare.//ma io ancora sto ballando,/i fiori ancora me li tengo,/e di fumare ancora fumo.//scema, bestia e cretina,/me ne sono dette tre,/in un niente.



*


dinocchia

I ma minni su ancora tisi,
su chini ’i latti ppì dàriti a mangiari ma
ancora nunn‚anu cascatu
ancora si ponu tuccari.
Unchiàta e pazza
sulu l’occhi m’anu rristatu,
– ma no ppì cchiànciri –
ppì taliari a ttia.
’A carina ritta
l’ossa rrutti,
’ntappu i dinocchia iu ca fra niautri dui
mi sentu a cchiù vecchia.


ginocchia
I miei seni sono ancora tesi,/sono pieni di latte per darti da mangiare ma/ancora non sono caduti/ancora si possono toccare./Gonfiata e pazza/solo gli occhi mi sono restati,/– ma non per piangere –/per guardare te./La schiena dritta,/le ossa rotte,/sbatto le ginocchia io che fra noi due/mi sento la più vecchia.



*


e m’anturciuniu
circannu i paroli ppì diriti
ca di tia nun ma scordu,
ca i to scarpi su sempri ddà,
ca i to dischi sonunu macari ppì mmia
e i to libbra i carizzu comu fussunu i to manu
e ’i liccu comu tutti i vasuna
ca nun taiu datu mai.
E scrivu chiddu ca vogghiu
picchì tu diceutu ca nun sugnu iu ca cumannu,
ca è idda,
a poesia,
ca vena,
mi fa ’llampari,
sinni va,
torna,
e sempri e sulu comu vola e dici idda,
mai comu dicu iu.
E ora comu ora,
iu tempu nunn‚aiu assai,
stà finennu,
e m’aia spicciari,
picchì ’u to s’accapau prestu,
ma forsi ’u mia
finisci macari prima,
forsi,
e tempu di perdiri nunn‚aiu, e ppì riurdariti
a missa nun ci vaiu,
e ciuri nun ti nni portu
e cannili nun ti nn‚addumu:
ti portu i poesii,
ca nunna scaffitisciunu,
mai...
e scrivu ppì ttia,
ca ora,
ppìddaveru,
sulu nunni pigghi,
comu ddu fogghiu iancu di latti
ca era to figghiu...
e tu,
allura,
si nà tutti i foggi
c‚accarrizzu e vasu,
ca mi cuccu,
ca m’ammogghiu,
e mi portu ccù mmia,
’ntò sonnu
e ’ntà sacchetta;
tu si ’nà tutti i fogghi
ianchi di latti o niuri di pici...
e ssì ’ntà tutti i foggi ca scrivu,
e tutti i paroli ti l’ha pigghiari tu,
picchì su ppì ttia,
e u sacciu ca sì modestu e riali e nunni voi,
ma iu t’i dugnu,
macari ca mi scrivisti
ca nunn’aia scriviri sulu ppì riurdariti...
iu stamatina ’u fici,
e ogni gghiornu t’arrialu i paroli,
e nun sulu chiddi supecchiu:
t’i dugnu tutti,
macari chiddi ca, ppì casu,
’ntò fogghiu nun ci trasunu,
o nun ci volunu trasiri.
Sgalambru ni dissa ca ppì ccù ’a mmoriri
nun c’è autra lingua ca u so dialettu:
e allura,
forsi,
staiu murennu.



e m’attorciglio/cercando le parole per dirti/che di te non mi dimentico,/che le tue scarpe sono sempre lì,/che i tuoi dischi suonano anche per me,/che i tuoi libri li accarezzo come fossero le tue mani,/e li lecco come tutti i baci/che non ti ho dato mai./E scrivo quello che voglio./Perché tu dicevi che non sono io che comando,/che è lei,/la poesia,/che viene,/mi fa spaventare,/se ne va,/torna,/e sempre e solo come vuole e dice lei,/mai come dico io./E ora come ora,/io tempo non ne ho molto,/sta finendo,/e devo sbrigarmi,/perché il tuo s’è finito presto,/ma forse il mio/finisce anche prima,/forse,/e tempo da perdere non ne ho, e per ricordarti/e alla messa non ci vado,/e fiori non te ne porto/e candele non te ne accendo:/ti porto le poesie,/che non ammuffiscono,/mai…/e scrivo per te,/che ora,/per davvero,/sole non ne prendi,/come quel foglio bianco di latte/che era tuo figlio…/e tu,/allora,/sei in tutti i fogli,/che accarezzo e bacio,/che mi corico,/che ripiego,/e che porto con me,/nel sonno/e nelle tasche;/tu sei in tutti i fogli/bianchi di latte o neri di pece…/e sei in tutti i fogli che scrivo,/e tutte le parole devi prendertele tu,/perché sono per te,/e lo so che sei modesto e regali non ne vuoi,/ma io te le do,/anche se mi hai scritto/che non devo scriverti solo per ricordarti…/io stamattina l’ho fatto,/e ogni giorno ti regalo le parole,/e non solo quelle che avanzano:/te le do tutte,/anche quelle che, per caso,/nel foglio non c’entrano,/o non ci vogliono entrare./Sgalambro ci ha detto che per chi deve morire/Non c’è altra lingua che il proprio dialetto:/e allora,/forse,/sto morendo.




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Dina Basso ha vent’anni, e per diciannove ha vissuto a Scordia, in provincia di Catania. Ha scritto la sua poesia a 14 anni, ma a 11 ha cominciato a scrivere racconti brevi e a 13 ha scoperto la poesia in dialetto. Nel 2002 ha pubblicato alcune sue poesie in dialetto siciliano su la “Gazzetta ufficiale dei dialetti” per la casa editrici Prova d’Autore; l’anno dopo ha curato, sempre per la stessa, il volume di fotografia O scuru, di cui è stata autrice di didascalie, e di una poesia. Ha ideato e sceneggiato, nel 2003, Storia inesistente, cortometraggio realizzato col regista Carlo Lo Giudice. Vive e lavora a Bologna dal settembre 2007, dove studia Scienze dell’educazione per poter lavorare successivamente nei centri di lettura e nell’editoria infantile.
Ha vinto il secondo premio del MezzagoArte 2009.
Le poesie qui presentate sono state pubblicate sull’ultimo numero della rivista di poesia “Le Voci della Luna”.

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mercoledì, 13 maggio 2009

I GIARDINI DI BOBOLI


Firenze.
Gente voluminosa.
Santa Maria del Fiore.

La testa gira come i cerchi di una collana.

Tredici anni, la gita di classe.
Senza buchi nelle calze.
Odore di muffa sulle pietre che schivano la luce.
L’albergo è buio. Le pareti a picco sul bianco delle tovaglie.

Nelle camerate sei letti. Sponde azzurre, scrostate.
Il lavandino gocciola.
L’acqua sa di ruggine, pesa in gola.
I soldi sua madre glieli ha cuciti nelle mutande.
Ogni volta che va in bagno ha paura che le cadano nel buco.

*

Pomeriggio ai giardini.
Le scarpe nuove le vanno strette. Sono orrende.
Guarda gli altri davanti, chiacchierano forte.
Le ragazze si stringono l’una all’altra, belle.
Hanno le felpe allacciate in vita.
Francesca ride stretta a Giuliano.
Francesca è la più carina. I capelli le scendono
fin sotto le spalle. Vorrebbe dirglielo che è bella.
Giuliano la sta abbracciando. Forse più tardi si baceranno.
Si ferma a guardarli. Le loro bocche.
Poi guarda in alto. Comignoli. Lontanissimi.
Dalle sue parti solo case basse. Parlano sottovoce.
Fanno l’amore al buio. Le parole in fondo alla gola.
Non urlare, dicono.
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martedì, 05 maggio 2009

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giovedì, 30 aprile 2009

 

roger fry

 

 

Tutte le passioni, compresa quella per i papaveri rossi,
espongono al ridicolo.

- Roger Fry -

 

 

 

 

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