martedì, 20 maggio 2008

ANTONELLA ANEDDA

anedda
















Vedo dal buio

come dal più radioso dei balconi.

Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce

scostandola in silenzio

fino al varco più nudo -al nero

di un tempo che compone

nello spazio battuto dai miei piedi

una terra lentissima

- promessa




*




a Sofia



Davvero come adesso, l'ulivo sul balcone

il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo

nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo

quando gli anni saranno rami

per spingere qualcosa senza meta

nelle sere in cui altri

si guarderanno come oggi

nel sonno - nel buio

come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.

Piego il lenzuolo, spengo l'ultima luce.

Lascio che le tue tempie battano piano le coperte

che si genufletta la notte

sul tuo veloce novembre.




*



Siedi davanti alla finestra

Guarda, ma accetta la disperazione:

c'è verità nella luna che sale

eppure non si alza a scudo sul dolore

si traduce -

come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro -

semplicemente unisce il tavolo al pensiero

in un'attesa che arde ma non spiega

e tormenta ogni foglio dentro l'aria

con musica di abeti, luci ostili.



*



a Mauro Martini


Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell'ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l'attesa marina - senza grido - infinita.

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell'enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

- da brughiera -

sulla terra del viale.

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

______________________

[ da: Notti di pace occidentale – Donzelli Editore ]

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venerdì, 02 maggio 2008



I


[…]

resta nel suono minimo dell’erba che romba sotto i piedi; un ultrasuono, come quando da bambina stava ferma a guardare i ragazzi che flirtavano con le ragazzine, impennati sui motorini, bellissimi e invincibili, la testa piegata su una spalla come un sole. Giravano intorno ai gridolini, si avvicinavano piano, giocavano alla paura. Erano rumore di buio. Fortissimi come tigri, soffiavano dentro i loro capelli, le sfioravano con una dolcezza che era esplosione. Le ragazze ridevano con gli occhi che staccavano in curva, muovevano le spalle coperte da magliette rosse gialle spericolate.

La bambina guardava la loro schiena nuda, il segno del sole rigava la pelle.
Erano isole atlantiche, lei una crosta di terriccio che teneva il bordo della strada. Zitta, si impiccava agli occhi del ragazzo per cui sarebbe finita sotto il sale delle dita, lontana una potenza atomica, dentro il fiato che appiccava sole.

Era la sua ricchezza era una povertà infinita era il sangue che si disfaceva e la lanciava granata era la parola sgozzata senza le dita senza la carne con la gola nel fiele con la malattia che brucava le sue gambette storte.

[…]


ArthurTress

















- Arthur Tress,  "Boys Flying Dream"  -

 

postato da: ioletoini alle ore 08:27 | Permalink | commenti (12)
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lunedì, 21 aprile 2008


Arrivi sempre un attimo prima
che le mie dita perdano il conto
delle vene in ombra.

E ogni volta
riparto dal principio
segnando il profilo alla bocca
le altezze estreme su

dalle gambe, le curve strette dei respiri.
Ritrovo i posti che hai abitato
la vertigine dietro la nuca
l’invasione dalle scarpate

la confusione
la confusione
la confusione

________
altro vecchissimo amarcord  [ tutta colpa della pioggia :) ]

___________________________________________________

L-FONTANA-C-S-ATTESA-1965

































- lucio fontana , concetto spaziale, attesa 1965 -

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categoria:altro archivio, lucio fontana
martedì, 15 aprile 2008

CASALINI CELESTINO




Le vie del sangue

Abbiamo nascosto
tutti i tesori nella terra
dimenticandoci
della nostra propensione al volo…


Dalle ceneri
abbiamo raccolto la certezza
che il vuoto chiama altro vuoto:

Vi nascono fiori
ma si fanno notare
solo per la violenza racchiusa nei colori

E’ un dono condiviso fra terra e cielo
questo stupefacente rosso
che fa scorrere il sangue
nelle vene


*



Bellezza e solitudini

Nel punto più alto
che la natura ci consentiva
siamo andati a cercare
quell’immagine che anche l’anima
sfiora…

Brucia la bellezza le solitudini
ma poi lascia un firmamento vuoto:
come spietata sorte
quell’infelicità che inevitabilmente
s’arrotola attorno al poco

Non ci basterà la memoria a prolungare
la vita di queste mistiche sensazioni:
come se l’alba
che irrompe nel giorno nuovo
sprecasse la propria luce per una vita

Vuota




*




Vincitori e vinti

Volevi la felicità
ad ogni costo
ed in qualsiasi momento…


Per questo mi costringevi
ad una laboriosa sopravvivenza:
amare le cose
pur restandone alla larga…

Soffocare grida e lamenti d’altri
come fossero il frutto di stabilite
e precise regole del gioco:
parteciparvi provando dolore

L’esclusivo privilegio dei vinti




*



Kandinskj

Milano 2007

Quando
i colori puri
si richiudono in sé stessi
succede che Universi dispersi
trovano il loro centro
nell’esatto momento
in cui si formula il pensiero:

Le forme
non pienamente definite
coagulano o fondono

mai si disperdono



*




Notte

Come

Se si potesse
Ripararla
La luce

E offrirla
Di nuovo

Al giorno





*


La grazia

…C’erano giorni

Che avrei ceduto al tuo sguardo
il mio: con la speranza
di vedervi riflessa dall’interno
la tua grazia senza peso

Come quelle farfalle bianche
che appaiono all’improvviso:
leggere come l’aria
perché forse nemmeno hanno il respiro

A sorreggerle
basta quel refolo di vento
che si propaga nello spazio
e nella memoria s’imprime

come un suono




*




Spazio di nessuno

Di te

Mi porta
La notte
Il lontano bagliore

Nella spazio
Di nessuno
Sei

La luminosa
Condizione
Del nostro

Vagare



*




L’anacoreta

Era dunque questa per te la vita?…


Vissuta
con la coscienziosa costanza
del certosino che sposa il futuro
sperperando gesti e fervori
solo per il proprio Dio?

Può bastare
per raggiungere il Paradiso
scalare quel basso cielo dove
non c’è nessuna traccia d’altri
e del loro dolore?



*



Dentro l’infinito

Poche parole
Mi sono rimaste…

Come quando

Il tempo non passa
O non basta

Come quando

Il finito
Diventa infinito

aria


______________________


una breve (sua) nota:
nato nel ‘48 per caso a Genova da genitori piacentini.
Quadro tecnico delle RFI, fino ad Ingegneria - non finita -
Da sempre appassionato di poesia ma fino al 2000 praticamente appuntata o scritta su foglietti volanti.
Forse volevo lasciare qualcosa ai figli ed ho incominciato ad inviarle ai concorsi con qualche successo.

E io aggiungo
che ho conosciuto Celestino e la sua poesia solo lo scorso anno. Ma da subito la sensazione è stata quella di essere di fronte a qualcuno che ama moltissimo la poesia; una dedizione che si sentiva coltivata nel tempo e che ha trovato riscontro nei consensi di numerosi concorsi.
Di Celestino mi ha colpita questa devozione che ha nutrito a lungo in silenzio, con un pudore che rasenta la purezza di quando si ha paura di toccare qualcosa di così grande da intimorire. 
Sono felice di ospitarlo nel mio spazio e di contribuire nel mio piccolo a fare conoscere questo bravo autore.


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categoria:casalini celestino
mercoledì, 09 aprile 2008

[,,,]


Planavamo contro i corpi; la gente appiattita alla gente si confermava senza storie; gli occhi cavalcavano da lontano, sembravano poter arrivare.

Credevi ci fosse un'urgenza dentro quel fiume, di più dentro le gocce.

Le ginocchia rosse di freddo, sancivano la miccia che ti addossava al poster della gigantessa di turno, le sue grosse tette, la selva strappata nel punto che faceva più male.

Ti sospettavo da prima senza saperlo.

Ero una bambina.

Avevo capelli corti, le labbra nascoste in un gesto di timidezza, forse per nascondere il sintomo. Non dicevo le cose, le tagliavo a pezzetti, ne facevo lamelle che appuntavo sui vetri per ricordarmi le mutazioni, non essere mai distante da dove mi potevo avvistare.

Guardavo la falce da sotto la porta. I piedi sporchi di terra, tornati dai campi prima del buio, zitti, calpestavano viola su viola i suoni – grassi - dentro le orecchie, tonfi di case imbrattate da fenomenologie, epoche che si rinnovavano a ogni nuova semina.

La gente era interessata agli orrori delle madri, alle assenze che impedivano la crescita sana.
Il refrain le rendeva scivolose come il fondo di una gora.

Salivo di corsa le scale per non sentire freddo, mi infilavo sotto le coperte, le mani a tastare le onde che avevo visto in cartolina o dalla finestra del bus quella volta che mia madre mi ha mandata in colonia.

Avevo sette anni, me ne sentivo settanta.
Era il rumore della gola che raschiava per pulirsi dall’immondizia.

Tu eri una moltitudine distante.

Era il primo inverno.
Ti ho portato sull’isola; volevo ci lasciassi il rimedio.

Ma ero uno gnomo.
Allo stesso modo stupito, tu ti accucciavi come un feto dentro le sottane della penuria.

La povertà è la salvezza che riscatta fino al perdono, ma non salva dalla mancanza.

Avresti voluto partorirmi sul duro del cemento; la tuba era una striscia di raso, svolazzava come un uccello. A me piaceva strafarmi nei cerchi dell’acqua, spaccare la forma dentro la forma.

Potevamo restare senza dolore. Ma tu non morivi mai.

Erano giorni di neve, le spose muggivano incantevoli.



f. woodman
























- foto di francesca woodman -

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categoria:francesca woodman, rielaborati
venerdì, 04 aprile 2008

 

[...]

Nella poesia c’è un’intimità che corre fra il pensiero amore e l’amore. Respira nello spazio bianco del silenzio, in ogni cosa viva. Aria che apre __fa__ stare, senza saper stare più in nessun posto, ma in tutti cavalcando. Non tocca, non dice, non fa niente se non appartenerti come il singhiozzo di una madre, come tutto ciò che non ha nome.


-aria













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categoria:incompiuti
venerdì, 28 marzo 2008

 

Portava un cappello di paglia sopra i capelli corti. Pistilli e voglie, fragili voglie che tagliava prima dell’inverno, perché i bambini non fanno sogni, diceva.

Aveva sempre una tasca scucita.
Preferiva perdere le cose piuttosto che non averle mai avute.

In giardino c'era un calicantus.
Ogni giorno, quando usciva, ne prendeva un rametto, lo sfregava contro i polsi.

Una spiaggia a Oriente, la lingua contro l’aria, sceglieva il punto dove si sarebbe stesa. Lui arrivava quando era già ricoperta di sabbia. La voleva così. Si allungava vicino a lei. Con la mano cominciava a scavare.

A casa la bambina educava le mani sotto ai cuscini.
Voleva imparare a non uccidere.

Stava dentro la paura.
Non era per sé.
Sapeva che poteva fare male, un male che cominciava in mezzo alla saliva. Succedeva ogni volta. 
Li amava fino a quando sentiva che non c’era più posto per se stessa.
Non era capace di difesa.

A sua madre raccontava che andava a scuola. Saliva sul pulmino per andare a scuola.
Il venerdì scendeva alla terza fermata.
Lui la aspettava sotto alla pensilina.

Era la pioggia che le piaceva. Il silenzio dopo le parole.
Lui si raggomitolava contro le sue gambe. Le scopriva i seni piccoli. Non voleva toccarla di più.
Con le mani fingevano i ricordi. Le bocche tracciavano il perimetro, la biografia del nonluogo.

[…]


edward weston 1924

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categoria:ammerika ammerika, eward weston
martedì, 25 marzo 2008

 

Alcuni miei testi sono presenti nel blog di Liliana Zinetti

http://spaziozero54.splinder.com/post/16463650#more-16463650

Grazie a Lil per la sua gentile ospitalità :)

 

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categoria:liliana zinetti
mercoledì, 19 marzo 2008

OSCAR WILDE


Egli non indossava più la sua tunica dal colore scarlatto, poiché il sangue ed il vino sono rossi ed il sangue ed il vino erano sparsi sulle sue mani, quando lo trovarono assieme con la morta, quella povera donna ch'egli amava e che aveva uccisa nel suo letto. Egli camminava in mezzo agl'imputati,
vestito d'un abito grigio logoro;aveva in capo un berretto da sport e gaio e leggero pareva il suo passo - ma io non vidi mai un uomo fissare così intensamente la luce. Mai io non vidi un uomo fissare con occhio così ardente quella esigua striscia d'azzurro che i prigionieri chiamano il cielo ed ogni nuvola che fluttuava e passava come vela d'argento.
Io seppi solamente quale ostinato pensiero affrettava il suo passo e perché egli guardava la tormentosa luce del giorno con un occhio così intenso : l'uomo aveva ucciso colei che amava : e per ciò egli doveva morire.
Eppure ogni uomo uccide ciò ch'egli ama, e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!
Gli uni uccidono il loro amore, quando sono ancor giovani ; gli altri, quando sono già vecchi ; certuni lo strangolano con le mani del Desiderio, certi altri con le mani dell'Oro; i migliori si servono d'un coltello, affinché i cadaveri più presto si gèlino.
Si ama eccessivamente o troppo poco; l'amore si vende o si compra ; talvolta si compie il delitto con infinite lagrime, tal'altra senza un sospiro, perché ognuno di noi uccide ciò ch'egli ama - eppure non é costretto a morirne.
Non si torceva le mani e non piangeva e non si tormentava, ma respirava a grandi sorsi l'aria, come se avesse contenuto qualche ignota virtù; con tutta la bocca aperta egli beveva il sole come se fosse stato del vino !
La più alta vetta é quel trono di grazia verso il quale tendono tutti gli sforzi degli uomini ; ma chi vorrebbe trovarsi con una corda di canapa al collo, alto sul patibolo, e attraverso il collare dell'assassino, gettare l'ultimo sguardo al cielo? Dolce é danzare al suono dei violini quando l'Amore e la Vita sono propizi : delicato e rarissimo é il danzare al suono dei flauti e dei liuti; ma non é troppo dolce danzare per aria con agile piede.
Così, con curiosi occhi e con paurose ipotesi, noi l'osservavamo di giorno in giorno e ci domandavamo se ognuno di noi non sarebbe finito nella stessa maniera - perché nessuno può dire in quale rovente inferno la sua anima si può perdere.
La Giustizia selvaggia dell'Uomo va diritta per la sua via, senza permettersi la minima deviazione; essa colpisce il debole, essa colpisce il forte; il suo cammino é implacabile: con un tallone di ferro schiaccia il forte, la mostruosa parricida !
E tutto il dolore che lo scosse talmente da farlo erompere in quel grido spaventoso il suo lancinante rimorso e i suoi sudori di sangue - nessuno li conobbe al pari di me, perché colui che vive più di una vita deve morire anche più d'una morte.
Essi credono che il cuore d'un assassino corromperebbe la buona semente che seminano.
Oh, non è vero! La benevola terra di Dio é più generosa di quel che non pensino gli uomini - e la rosa rossa vi sboccerebbe più rossa e la rosa bianca più bianca ancora. Dalla sua bocca una rosa, una rossa rosa di porpora ! Dal suo cuore - una rosa bianca !
Chi può dire in quale strana maniera Cristo esprima la sua volontà, poiché l'arido bordone del pellegrino si coperse di fiori alla presenza del grande Papa.
Ma né la rosa candida come il latte, né la rosa rossa di porpora possono fiorire nell'aere d'una prigione ; frantumi, ciottoli e selci - ecco tutto quel che ci danno qui; poiché lo sanno bene che talvolta i fiori hanno calmato la disperazione dell'uomo semplice.
Perciò la rosa rossa come il vino, e la rosa bianca non si sfoglieranno mai, a petalo a petalo, su quel po' di terra e di sabbia, accanto all'orrido muro della prigione - per dire agli uomini che passano nel cortile che il Figlio di Dio é pur morto per tutti.
Io non so se le Leggi hanno ragione o se le Leggi hanno torto : tutto ciò che sappiamo - noi, i prigionieri del carcere - si é che il muro é ben solido e che ogni giornata equivale ad un anno, un anno i cui giorni sono molto lunghi.
Ma questo io so: che ogni Legge fatta dagli uomini per l'Uomo quando un Uomo per la prima volta troncò la vita del suo fratello e da quando ebbe origine il mondo della sofferenza - ogni Legge disperde il grano buono e conserva la crusca, col peggiore crivello.
Ed anche questo io so - e quanto sarebbe saggio, se ciascuno lo potesse ugualmente sapere!
- che ogni prigione edificata dagli uomini é costruita con i mattoni dell'infamia ed é chiusa con le sbarre - per paura che Cristo veda come gli uomini straziano i loro fratelli.
Con delle sbarre essi sfigurano la graziosa luna e accecano il buon sole ; e bene fanno a nascondere il loro Inferno, perché vi accadono delle cose che non dovrebbero mai esser viste né dal Figlio di Dio, né dal Figlio dell'Uomo.
Sempre con la mezzanotte fosca nel cuore e col crepuscolo dentro la cella noi giriamo la manovella e sfilacciamo la fune, ciascuno nel suo separato inferno, e il silenzio é più terribile che il rintocco delle campane di bronzo.


E mai una voce umana si approssima per pronunciare una dolce parola e l'occhio che scruta attraverso gli sportelli e inesorabile e duro, e, dimenticati da tutti, noi imputridiamo e imputridiamo con l'anima e il corpo marciti.


Così arrugginiamo la catena di ferro della Vita, avviliti e solitari, e alcuni rompono in maledizioni e altri piangono - ed altri ancora non si lasciano sfuggire il minimo lamento ; ma le eterne Leggi di Dio sono elementi e spezzano il cuore di pietra.


Ed ogni cuore umano che si spezza in un cortile o in una cella della prigione è simile a quel
cofano spezzato che offerse il proprio tesoro al Signore e riempì dell'aroma del più ricco nardo l'impuro tugurio del lebbroso.


Ah ! beati coloro i cuori dei quali si possono spezzare e guadagnar la pace del perdono!
Altrimenti come potrebbe l'uomo purificare la sua anima dal peccato?
Dove, dunque, se non in un cuore infranto, potrebbe entrare il Cristo Signore'"?

E con delle lagrime di sangue egli purificò la sua mano, la mano che brandì l'acciaio ; perché solamente il sangue può lavare il sangue e soltanto le lagrime possono guarire e la macchia vermiglia di Caino divenne il sigillo di Cristo candido come la neve.

Nel carcere di Reading, accanto alla città, c'é una tomba d'infamia e vi giace un miserabile divorato da denti di fiamma - in un sudario ardente egli giace e la sua tomba non ha nome.

E là, fino al giorno in cui Cristo chiamerà i morti al Giudizio, egli riposa in pace; non c'é nessun bisogno di piangere e di sospirare: egli aveva ucciso colei che amava ; e per questo ha dovuto morire.

Ma ognuno uccide la cosa che ama; lo sappiano tutti; gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!



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Tratto da : La ballata del carcere di Reading




feat_araki_peony






















foto di Nobuyoshi Araki
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categoria:oscar wilde, em , nobuyoshi araki
venerdì, 14 marzo 2008

                                                     a D.R. dalla cui lettura è nata questa poesia

La gioia è nel verde
della terra che respiri,
nel farti accanto
mentre dormo e migro
verso un luogo illimitato
che non tocco ma che arriva
come un gesto aperto
dalla luce delle imposte,
nella riga che segna sulla fronte
un fiore d’ombra.

Dentro il buio si compie l’altra attesa.

L’amore mi attraversa come l’erba
quando dentro passa l’aria.

japanzz1

postato da: ioletoini alle ore 10:03 | Permalink | commenti (14)
categoria:incompiuti, il corpo atletico